Sequestratori di diritti

I “Sentimenti sociali” accorciano le distanze tra gli esseri umani, sono l’unico vero antidoto alle mire di sopraffazione coltivate da tanti individui e gruppi. È la mancanza di sentimenti sociali a rendere laborioso l’accesso ai diritti.

Eppure un diritto non si dovrebbe concedere. È un diritto. Se siamo costretti a chiederlo non è più un diritto. Chiedere un diritto, dunque, è come ricomprarsi la nostra casa, sebbene già ci appartenga. Ma non è automatico e neppure così semplice come appare, perché il “sequestro” dei diritti rappresenta da sempre il mercato florido del Pianeta, e chi li detiene, o semplicemente pensa di detenerli, i propri e quelli degli altri, diventa (o si sente) potente, giacché può dispensarli a piacimento, quindi sottomettere, asservire, compiacere. Ne fa una merce, da comprare e da vendere, in cambio sempre di qualcosa.

Attraverso un paese dell’area vesuviana, devo incontrare degli insegnanti, chiedo al mio accompagnatore se il negozio da cui siamo appena usciti paga il pizzo. «Qui tutti lo pagano, 50 euro a settimana o di più, a seconda delle dimensioni e del volume d’affari». Caso tipico di sequestro di un diritto.

Un gioco perverso, quello del sequestro dei diritti, che inizia quando veniamo al mondo, perché possiamo imbatterci in genitori, tutti e due oppure uno solo, convinti che la valigia contenente i nostri diritti, e le relative chiavi, siano soltanto nella loro disponibilità.

Non solo i genitori, tuttavia, rivendicano il possesso del bagaglio e delle chiavi, tra i grandi si annidano tanti pretendenti. È così che ci abituiamo a chiedere ciò che già ci era stato dato insieme alla vita, ed è per questa ragione che i diritti diventano causa di conflitti, in cui spesso soccombono proprio i loro legittimi proprietari, quelli veri, non i sequestratori.

Ma non sempre è una guerra perduta, anzi, proprio la fatica che applichiamo nei conflitti per la riconquista, sviluppano quei muscoli che poi ci sosterranno nel tempo a venire.

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